“Inviti Superflui” di Dino Buzzati

La sofferenza – Il valore aggiunto dell’amore
di Eugjen Merlika

image_book.php“Inviti superflui” è il brano che mi piace di più nel libro di Buzzati “La boutique del mistero”. È una prosa poetica, un soliloquio di un uomo che vive nel ricordo di un amore tramontato, ma che rimane sempre vivo nel suo cuore.

Il titolo, composto da un nome ed un aggettivo, da subito al lettore la sensazione di quel sentimento struggente che anima le tre pagine ispirate, che starebbero bene in qualsiasi antologia mondiale di componimenti dedicati all’amore, l’argomento più magnificato della letteratura mondiale. “Invito” è la parola regina del racconto. Non a caso l’autore ha scelto questo termine per sviluppare il suo argomento, le penne infinite di un amore finito.

Tutto nell’amore inizia con un invito, per guardarsi negli occhi, per parlare, per fare una  passeggiata, per andare a vedere un film, a ballare, a cena. Quegli inviti esprimono la speranza che una storia, iniziata con duelli d’occhi, possa proseguire, sbocciando in qualcosa di più intenso, più coinvolgente, più profondo. L’invito può essere accettato o respinto, causando gioie o dolori, ma la vita va avanti aprendo ogni giorno nuovi orizzonti.

Nel racconto di Buzzati gli inviti sono “superflui”, non hanno nessuna possibilità di essere accontentati, la vita è ferma. Il nostro personaggio che non ha un nome, perché può avere milioni di nomi in tutta la terra, è rimasto prigioniero soltanto dei ricordi. L’amore, stranamente, è un sentimento in se stesso contrastante. Racchiude gioie e dolori, luci ed ombre, speranze e delusioni, sogni e incubi, calore e gelo. Il personaggio di Buzzati pare che abbia provato tutte queste sensazioni. Per un miracolo lui non è crollato, è sopravissuto, grazie al fatto che il suo amore è stato uno di quelli con la A maiuscola, che riempiono la vita di significato. Il suo è stato un amore romantico, che non conosce limiti di età e di tempo, che scavalca tempi e spazi, per collocarsi in un mondo immaginario di fiabe e leggende, prendendo in prestito da esse il sublime, l’eterno.

Adesso vorrebbe ritornare in quei luoghi meravigliosi, dove una volta si rilassava con la donna amata, rituffarsi in quei momenti indimenticabili, anche se vissuti a senso unico, perché il partner non era la compagna dei sogni romantici, ma la donna calcolatrice che preferiva “le luci, la folla, gli uomini che la guardano, le vie dove dicono si può incontrare la fortuna”. Vorrebbe percorrere un’altra volta le stagioni passate del suo amore, come in una celebre canzone, cantata da Milva, intitolata “quattro stagioni”.

Si rivolge con il pensiero alla sua donna che, anche se è molto lontana in tutti i sensi, rimane per sempre la sua, quella dei suoi sogni d’amore, non l’oggetto terreno della passione carnale, ma la personificazione dell’affetto eterno, senza il quale la vita perde il significato. Per lui diventa imperativa anche l’illusione d’amore. “Mi basterà averti vicina” implora il suo miraggio, che prende le sembianze di una donna che “probabilmente non riesce più a ricordare il suo nome”.

Il personaggio è consapevole della sua situazione di non ritorno. Nei momenti di lucidità si rende conto della sua doppia personalità, quella della mente fredda e quella del cuore bollente. Il predominio dell’una o dell’altra determina anche il suo stato d’animo. Nella visione moderna, per noi, lo sconosciuto personaggio di Buzzati rappresenta una povera ed umiliata creatura, che non trova in se stesso la forza di resuscitare da una delusione amorosa che l’ha buttato giù, di tentare altre soluzioni, di percorrere altre vie.

Ma l’autore non lo ridicolizza, soffre insieme al suo personaggio. Quella sofferenza, che è parte integrante dell’amore come sentimento, merita comprensione e rispetto. Credo che ci sono tanti lettori e lettrici che si identificano in quella sofferenza e penso che questa sia anche il valore aggiunto di questo racconto.

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