“Il ponte di San Luis Rey” di Thornton Wilder

cd018e7c-a4b0-11e8-be02-596a68f60c3c_chinchaysuyu-squier-drawing-khuC-U1120141569547vxH-1280x545@LaStampa.itIl libro, nonostante la sua apparente brevità, offre letture a diversi livelli e suscita sentimenti contrastanti.

Il vero protagonista del libro è proprio il ponte. L’autore riesce a prendere per mano il lettore e condurlo in un viaggio affascinante. Dopo la storia della prima vittima, la contessa che provava un forte amore non corrisposto per la figlia, si riesce anche a trovare un senso alla fine della vita: la rassegnazione porta alla pace e al completamento del cammino di una vita.

L’autore ci conduce nella difficile domanda sul possibile senso della Vita. Ci chiede di trovare un senso della loro morte e delle loro vite interrotte. La morte avviene per il completamento di una vita o per il cambiamento delle vite altrui? Il tema della religione che si impegna a trovare un senso a tutto, è perfettamente simboleggiato nel libro dalla figura del frate, che nonostante i suoi sforzi oltre a fare una brutta fine non riuscirà ad arrivare alla compressione attraverso la logica. Da discutere, inoltre, è la visione dell’autore che vede il passaggio dalla religiosità alla superstizione.

La descrizioni dei personaggi da parte dell’autore è eccezionale. Nella descrizione di ogni singolo personaggio riesce a inserire un vero e proprio mondo, o meglio il proprio vero mondo. Tutti i personaggi del racconto fanno parte della biografia dell’autore che ha vissuto in una posizione sociale privilegiata e ha provato sensazioni e dolori dei vari lutti. Siamo di fronte, forse, ad una scrittura liberatoria da parte dell’autore.

La caduta del ponte potrebbe anche rappresentare la soluzione di tutti i problemi.

Il caso è un fattore importante di questo libro, che apre una discussione di stampo filosofico nel lettore. Esiste o dobbiamo sempre pensare ad un disegno superiore/divino? Un aspetto è quasi indubbi: anche le disgrazie possono essere non negative come si creda.

Anche qui si parla di amore, per gli altri. Si parla dell’ìncomprensione dell’amore. L’amore che non vuole è reso oggettivo dal collegamento che di per sé crea il ponte.  Le spinte dell’amore sono molte e tutte uniche; anche se una frase del libro lascia uno spazio aperto alla discussione; l’amore torna all’amore:

neppure la memoria è necessaria all’amore

La frase  è quasi uno slogan televisivo, molto bella, senza dubbio, forse però un po’ piccola e semplice.

Dal punto di vista tecnico, la costruzione della storia è bella e di grande livello. La scrittura è quasi teatrale e permetterebbe la rappresentazione da parte di attori. Da un’attenta lettura si può intuire che non si debba intendere il libro come un romanzo, dalla sua struttura (prologo, tre atti ed epilogo) si capisce che sia da inserire nella dimensione teatrale; i personaggi sono attori nei proprio ruoli e parti da recitare. Il filo conduttore palese della narrazione si renderà “fantasma” (la preoccupazione del frate nel trovare i nessi tra la vita e la morte) e condurrà al vero filo conduttore che l’autore non vuole palesare: l’amore.

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